martedì 17 luglio 2012

Mt 11,20-24: Il giorno del giudizio

Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

Anche la storia della Chiesa può essere suddivisa nelle tre fasi di fede, speranza e carità. Il primo periodo vede la predicazione degli Apostoli e la chiarificazione dei dogmi attraverso i primi Concilii e l'opera dei dottori della Chiesa, la purificazione degli eremiti e dei monaci è l'inizio della purificazione della fede dopo l'esplicitazione dei fondamenti della fede. Posseduta l'ortodossia dopo la lotta con le eresie può incominciare la purificazione della Chiesa. Questa dura fino agli Ordini mendicanti, che inaugurano la fase della speranza. Domenico e Francesco predicano dopo dodici secoli in cui la santità consisteva nel cancellare i propri peccati nella solitudine del chiostro: ora la santità diventa l'apostolato, il portare Cristo alla gente. Il domenicano potrà vincere la sfida con il benedettino rispetto alla vita più vicina a quella del Cristo non perché una sia oggettivamente superiore all'altra, ma perché i tempi sono maturi per imitare Cristo in un altro modo. Gli ordini mendicanti prima e i chierici regolari dopo (come i gesuiti) compiranno il loro apostolato in tutto il mondo e in tutti gli ambiti dell'umano. La teologia sistematizza le conoscenze, si applica al diritto e all'apologetica contro gli altri apostolati.  Ciò termina all'incirca con la rivoluzione francese. Essa pone fine all'espansione della Chiesa e questa lentamente perde tutte le conquiste fatte nei secoli precedenti. Nel secolo XVII perde le persone di alta cultura e nel XVIII le persone di medio-alta cultura; la prima guerra mondiale distrugge lo stato cristiano e la seconda la società cristiana; il secondo dopoguerra relega la Chiesa a minoranza internazionale. La Chiesa sale il calvario come il Cristo. La santità si trasforma. Dall'apostolo si passa al martire e dal religioso all'anima vittima. Ritorna l'immobilità ma non quella del monaco, tipica della fede; ma quella del malato inguaribile, del profeta inascoltato, dei sacerdoti mistici, simili al crocefisso. La carità è dono integrale, riguarda anima e corpo e quando Dio agisce in anima e corpo significa che si è nel tempo della carità. La carità, poiché non ha niente oltre, non parla in parabole, è esplicita, per questo chi la rifiuta si espone al giudizio, e a chi più ha più sarà richiesto.
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mercoledì 13 giugno 2012

Commento a Giacomo


Giacomo 4:13 E ora a voi, che dite: «Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni»,
Giacomo 4:14 mentre non sapete cosa sarà domani!
Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare.
Giacomo 4:15 Dovreste dire invece: Se il Signore vorrà, vivremo e faremo questo o quello.
L’uomo libero nello Spirito deve essergli fedele e non cedere alle tentazioni delle ricchezze e del proprio arbitrio. La vita acquisita fino a questo momento è tutto merito del Signore
Giacomo 4:16 Ora invece vi vantate nella vostra arroganza; ogni vanto di questo genere è iniquo.
Giacomo 4:17 Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato.
L’arroganza deriva dal falso giudizio che afferma l’indipendenza dell’uomo da Dio. Fare il bene secondo la volontà di Dio consiste nell’obbedienza e questa nell’agire secondo i progetti della Provvidenza. Chi tralascia questo dovere non solo è colpevole di ciò che tralascia ma anche di tutte le conseguenze che da quella mancanza derivano. 
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venerdì 25 maggio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 4:7 Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi.
L’umiltà poi porta all’obbedienza perché l’umile riconosce giusto lasciare che siano i più capaci a comandare. Il fedele deve resistere al diavolo perché il diavolo cercherà sicuramente di tentarlo con la superbia secondo le parole “ chi ha intenzione di servire il Signore si prepari alla tentazione”. La tentazione del diavolo nella speranza è poca in confronto alla tentazione nella fede e nella carità. Nel vangelo Gesù è tentato fino alla vittoria nel deserto e poi dopo l’ultima cena, come affermano le parole “Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”.
Giacomo 4:8 Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Purificate le vostre mani, o peccatori, e santificate i vostri cuori, o irresoluti.
La spontaneità nel cuore del fedele, che lo dirige verso azioni buone, lo porta verso la carità e quindi verso Dio. Dio poi ricambia per poter essere totalmente nel fedele. Dio si allontana se vengono compiute azioni malvagie o se ci si macera nell’indecisione. Nel primo caso l’azione peccaminosa fa perdere anche le grazie relative alla fede dal momento che intelletto e volontà agiscono insieme e chi pecca contro la volontà invalida anche l’intelletto. Il peccato necessita quindi di una purificazione. L’indecisione non è in sé un peccato di questo tipo perché non c’è volontà né azione, ma impedisce di raggiungere un grado di santità più elevato. L’indecisione cronica ha altre cause, dettate a monte da un peccato da eliminare. 
Giacomo 4:9 Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza.
Giacomo 4:10 Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà.
In caso di peccato nella fase della speranza è necessaria penitenza. Per prima cosa è necessario riflettere sulla pochezza dei beni spirituali posseduti (Gemere sulla vostra miseria) su quanto questi dipendano dal favore del Signore; successivamente compatirsi, anche pubblicamente se necessario (Fate lutto). Le manifestazioni di vita (allegria) che hanno accompagnato la vita del cristiano in questo momento devono essere momentaneamente bloccate e il loro posto va lasciato alla pratica dell’umiltà.
Giacomo 4:11 Non sparlate gli uni degli altri, fratelli. Chi sparla del fratello o giudica il fratello, parla contro la legge e giudica la legge. E se tu giudichi la legge non sei più uno che osserva la legge, ma uno che la giudica.
Giacomo 4:12 Ora, uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?
La legge di cui si parla è la legge di libertà cui si accennava sopra. Lo Spirito soffia dove vuole e anche il cristiano animato dallo Spirito è libero perché agisce secondo la volontà dello Spirito. Il cristiano che segue lo Spirito partecipa della sua libertà. Questa libertà può scandalizzare i fratelli perché non risponde alle logiche del mondo ma a quelle della carità. L’uomo nella speranza è già un uomo spirituale e si comporta da uomo spirituale, vale a dire obbedisce più a Dio che agli uomini. L’obbedienza presuppone l’ascolto e l’uomo d’azione sacra ascolta Dio e ne esegue i comandi senza badare all’opinione della gente. Dio è l’autore di questa legge e il solo giudice, dal momento che la conosce perfettamente. Infatti solo chi conosce la legge può arbitrarla. Non solo, Dio è giudice e legislatore perché può “salvare o rovinare”. Qui non si tratta di salvezza o rovina delle anime, perché Dio non danna nessuna anima, ma di salvezza o rovina delle opere degli uomini. La funzione legislativa in senso largo deriva quindi da un potere che Dio ha sulle opere degli uomini. Questo è un potere di conservare o distruggere ciò che l’uomo fa in base al fatto che l’opera si conformi alla verità, Dio stesso. Quindi quel giudizio che Dio dà sulle opere degli uomini e l’azione divina che ne consegue sono la causa dello sbocciare di una spontaneità sacra mentre l’uomo coltiva la virtù della speranza. La Provvidenza è causa della vita dell’uomo e fa in modo che l’uomo partecipi della sua natura. L’uomo beato agisce come Dio, sempre nella verità e in perfetta sintonia con il vangelo.  
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martedì 8 maggio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 4:1 Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?
Chi si trova nella speranza si trova nel mondo. Qui lavora per il regno attraverso azioni concrete che trasmettono il vangelo di Gesù. Si può fare ciò da soli ma più spesso si coopera in molti per lo stesso scopo. Le guerre e le liti minano la fiducia nel gruppo e fanno fallire il progetto. La causa sono gli istinti non domati che si attivano quando il credente ricomincia, dopo le prove della fede, a condurre una vita nel mondo.
Giacomo 4:2 Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete;
Le passioni sono una brama, cioè un desiderio di possesso che si manifesta in un modo specifico, come desiderio frustrato che non riesce ad ottenere ciò che vuole. L’oggetto della brama per questo motivo è odiato e l’odio si spinge fino alla distruzione dell’oggetto o all’uccisione della persona. “Non chiedete” perché la richiesta sarebbe un atto di umiltà la quale è opposta al possesso. 
Giacomo 4:3 chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri.
Coloro poi che chiedono in base all’egoismo non conquistano la fiducia degli altri e soprattutto di Dio. Questo impedisce di aprire la strada verso la carità che non ha di mira il proprio interesse ma il dono gratuito di sé.
Giacomo 4:4 Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio.
L’infedeltà deriva dalla perdita di una verità, in questo caso che “amare il mondo è odiare Dio”. Coloro che conoscono la verità e devono metterla in pratica, se trascurano ciò perdono sia i meriti dell’azione sia quelli della sapienza. In questo caso la via alla carità è chiusa perché la verità persa è una verità che si mette in pratica nella speranza, punto intermedio tra fede e carità. In secondo luogo perché all’interno della speranza il precetto “amare il mondo è odiare Dio” è il collegamento tra il mondo, il luogo della speranza e l’amore di Dio, l’amore di carità. Chi odia il mondo e ama Dio passa alla carità, chi fa il contrario si impantana nelle realtà mondane e non ascende.  
Giacomo 4:5 O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi?
Questa gelosia è diversa dalla precedente perché non è gelosia carnale ma spirituale. Ciò vuol dire che non è alimentata dalla brama ma dall’amore di carità, in cui ognuno è immagine della seconda persona della Trinità. Il Padre mette lo Spirito nel credente perché questo nel battesimo e nella vita di grazia  è simile a Gesù. 
Giacomo 4:6 Ci dà anzi una grazia più grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia.
Una grazia più grande dei beni del mondo, la carità che contiene tutti i beni. I superbi sono coloro che mettono al primo posto i propri meriti, gli umili coloro che si riconosco più deboli degli altri. Gli umili si riconoscono più deboli di Dio e in nome di ciò ricevono tutto quello che per le proprie forze non potrebbero ottenere.  
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mercoledì 2 maggio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 3:13 Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza.
La saggezza è il sapere derivato dall’esperienza. L’accortezza è l’attenzione ad avere, reperire o trattare dati. Entrambe sono intelligenze pratiche: la prima contiene un riferimento al tempo passato; la seconda al tempo futuro, perché l’accortezza è in previsione di un evento futuro. Queste due virtù sono raggiunte attraverso azioni concrete (opere) di carattere morale (di buona condotta) in cui la ragione formale sia la mitezza (l’assenza di ira) ottenuta tramite l’esperienza e l’esercizio (indicata dalla saggezza). Dunque l’uomo che raggiunge la mitezza raggiunge pure un’intelligenza pratica che abbraccia passato, presente e futuro. L’affermazione è illuminata dalla beatitudine “Beati i miti perché erediteranno la terra”. I miti, ottenuta la mitezza tramite le prove, ereditano la terra, vale a dire il complesso delle realtà terrene illuminate dalla luce di Dio. La terra poi corrisponde alle realtà temporali oggetto della saggezza e dell’accortezza, perché la temporalità è la condizione naturale del creato. Le prove delle beatitudini corrispondono alle “opere ispirate a saggia mitezza” che, se sono opere di Dio, sempre incontrano persecuzioni; “erediteranno” poi indica il carattere specifico delle prove. Si eredita come i figli, e il Figlio di Dio è Gesù, dunque ereditare la terra significa “ottenerla come ha fatto Gesù”. Dunque “la buona condotta” indica la condotta che ebbe Gesù, e quindi le prove che lui ha patito nel raggiungimento della mitezza. Dunque coloro che coltivano la mitezza tramite le persecuzioni che ha subito Gesù, raggiungono una virtù pratica di gestire tutte le cose, passate presenti o future.  
Giacomo 3:14 Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità.
Gelosia ed ira, passioni contrarie alle beatitudini, mettono in pericolo anche il raggiungimento della verità. Infatti anche se l’oggetto di fede è ortodosso non si è totalmente nella verità perché ci si crede giusti quando non lo si è. Un errore sullo stato di grazia del soggetto fa uscire il soggetto stesso dalla verità.
Giacomo 3:15 Non è questa la sapienza che viene dall'alto: è terrena, carnale, diabolica;
La vanità è detta terrena perché si oppone alla fede, celeste; è detta carnale perché si oppone alla speranza, di beni eterni; è detta diabolica perché si oppone alla carità, di cui i demoni sono privi.  
Giacomo 3:16 poiché dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni.
Le cause della vanità sono la gelosia e l’ira. La prima perché denigrando l’avversario innalza se stessi. La seconda perché l’ira spinge allo scontro, questo al sopruso e quest’ultimo alla vanità della vittoria. Il disordine deriva in entrambi i casi dalla brama di possesso che chiude la strada alla carità, essendo questa dono gratuito secondo le parole “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”.  
Giacomo 3:17 La sapienza che viene dall'alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia.
La sapienza che viene da Dio (l’alto) è anzitutto pura perché nasce dalla fede e dalla sua purificazione. Poi è pacifica, mite, arrendevole, misericordiosa, che sono i buoni frutti di cui parla anche San Paolo ai Galati. Qui Paolo tratta gli stessi temi di Giacomo, ma svolgendo anche la parte relativa alla fede. Egli termina con l’elenco dei frutti dello spirito che sono “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. Si ritrovano pace, mitezza, arrendevolezza (benevolenza) misericordia (amore e bontà), pazienza (dominio di sé), senza ipocrisia (fedeltà). 
Giacomo 3:18 Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace.
È scritto: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Giacomo ci dice che a coloro che compiono opere di pace, in queste stesse opere riceveranno il dono della giustizia. La beatitudine specifica che in queste opere si manifesterà la somiglianza con Cristo, il Figlio di Dio. Somiglianza che riassume la giustizia secondo le parole “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio”. Tommaso afferma che, come i frutti sono la parte ultima e migliore della pianta, così i frutti spirituali sono la parte ultima dell’ascesi, i fini di cui l’uomo deve godere. Quindi i frutti si otterranno alla fine della fase della speranza, come premio per la semina –effettuata nella fede- e per la cura della pianta –nella speranza-.  
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martedì 17 aprile 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 2:24 Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede.
Giacomo 2:25 Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via?
Giacomo 2:26 Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.
Raab crede che il Signore abbiamo compiuto miracoli in Egitto e opera di conseguenza: si schiera dalla parte degli Israeliti e salva la sua famiglia. Raab –il cristiano- crede nella parola attraverso la fede e al momento giusto, secondo la volontà del Signore, lo dimostra con l’azione; il risultato sarà la salvezza di altre anime, in particolare delle persone che gli stanno vicino, il suo prossimo. Il corpo senza lo spirito è morto perché lo spirito lo anima. Le opere sono la vita della fede, cioè la fede diventa reale attraverso le opere. Nella speranza dunque le azioni –causa delle opere- sono portatrici di vita sia per il soggetto che forma la sua vita secondo le virtù sia per i destinatari dell’azione che hanno salva la loro anima. Chi ha raggiunto la verità è puro ma se non coltiva la speranza rimarrà senza vita, e quindi sarà come un cadavere lavato. Coloro che muoiono purificati –perché pentiti dei loro peccati- ma senza opere devono rimediare in purgatorio, dove otterranno vita a caro prezzo. Per questo le devozioni delle anime del purgatorio si basano sul sangue di Cristo: perché esso è la vita delle anime.
Giacomo 3:1 Fratelli miei, non vi fate maestri in molti, sapendo che noi riceveremo un giudizio più severo,
Giacomo 3:2 poiché tutti quanti manchiamo in molte cose. Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo.
“Non vi fate maestri in molti” può significare due cose. Innanzitutto che i maestri debbano essere scelti tra persone degne, perché è un compito difficile, che riserba punizioni in caso di fallimento. In secondo luogo coloro che guidano altri lungo la via del vangelo devono usare prudenza e ricordarsi che il peccato è sempre in agguato.
E se qualcuno afferma che le parole del Vangelo “non chiamatevi tra voi maestri, solo uno è il vostro maestro” stiano ad indicare che non ci devono essere sacerdoti, questi nega il valore della Lettera, poiché qui è scritto “non vi fate maestri in molti, sapendo che noi riceveremo un giudizio più severo” il che indica che almeno Giacomo era un maestro e dunque non solo il Cristo può fregiarsi di questo titolo. Coloro che, per spirito o per ministero, hanno autorità, si ricordino di controllare la lingua, perché ogni parola insegna e l’insegnamento è l’azione propria dei maestri.

Giacomo 3:3 Quando mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo.
La lingua guida il corpo perché la parola è il risultato dell’interazione tra intelletto, volontà, passioni e carattere. Dunque chi riesce a controllarla ha già controllato tutti questi.
Giacomo 3:4 Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e vengano spinte da venti gagliardi, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole chi le manovra.
Giacomo 3:5 Così anche la lingua: è un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose. Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta può incendiare!
“Un po’ di lievito può far fermentare tutta la pasta”.
Giacomo 3:6 Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell'iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna.
Qui l’Apostolo passa dalla lingua intesa come organo al peccato che si compie con questo organo. La lingua è un fuoco significa che essa è una passione; iniqua cioè malvagia; che nasce nel rapporto tra corpo e intelletto; supporta tutti i vizi; si alimenta alla fonte dell’odio (Geenna) che si trova nel profondo del cuore dell’uomo. È un’arma che non risponde più all’intelletto ma mira solamente ad attaccare gli altri uomini e si rivela particolarmente nella speranza. Ciò perché dopo la purificazione la vita torna a scorrere nel credente ed insieme ad essa tutti i possibili peccati legati alla vita e all’azione. La lingua è la passione della comunicazione con gli altri, e quest’ultima è fondamentale nello stadio della speranza.

Giacomo 3:7 Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana,
Giacomo 3:8 ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale.
La lingua è più pericolosa dei demoni, rappresentati dalle bestie, genera ribellione e porta al peccato mortale.
Giacomo 3:9 Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio.
Giacomo 3:10 È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev'essere così, fratelli miei!
Giacomo 3:11 Forse la sorgente può far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara?
Giacomo 3:12 Può forse, miei fratelli, un fico produrre olive o una vite produrre fichi? Neppure una sorgente salata può produrre acqua dolce.
Ciò indica il misconoscimento dell’origine dell’effetto dalla causa. Questo peccato deriva dall’assenza del concetto nell’espressione linguistica. Esso deriva essenzialmente da una caduta nel materialismo, dal momento che la parola non obbedisce più all’intelletto ma tende a sostituire le proprie leggi intrinseche a quelle di quest’ultimo. Scompare l’aspetto spirituale della parola e quindi essa –materiale e sensibile- tende a rispondere solamente alle leggi della materia, impenetrabilità; e a quelle della vita sensibile, origine ed espansione. La parola non obbedisce alla logica e non esprime più niente, vuole solo difendere la sua origine –l’io- aumentando in quantità ed opacità. La sorgente della comunicazione non è più l’anima –attraverso il concetto- ma la carne –attraverso la lingua-.
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lunedì 9 aprile 2012

Mt 28,8-15: Pasqua ebraica

Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

L'ebraismo contemporaneo rigetta assolutamente il cristianesimo. Ferma da duemila anni sulle sue posizioni, la sinagoga reputa Gesù un impostore e uno stregone. La riprovazione del popolo d'Israele è predetta da Cristo nella parabola dei vignaioli omicidi. La vigna sarà tolta a voi e data ad altri. Tuttavia S. Paolo, nella polemica coi gentili, indica gli ebrei come il popolo scelto per primo da Dio e, seppur rigettato, ancora erede dell'Alleanza e di promesse.
Queste parole sono di scandalo ad alcuni poiché essi ritengono che agli ebrei, possedendo l'Antica Alleanza, non serva la Nuova. Gli ebrei avrebbero perciò una via di salvezza riservata che prescinde dal sacrificio di Cristo. E questo è eresia.
Le parole di Paolo si trovano nella Lettera ai Romani:
Essi sono Israeliti e possiedono l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.
e
Quanto al vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Innanzitutto bisogna dire che tutto ciò che è elencato nel primo passo, l'adozione, le alleanze ecc. è posseduto realmente dagli ebrei. L'Apostolo dice "possiedono" e non "possedevano" per indicare che gli ebrei godono ancora dell'Alleanza. Quindi l'Antica Alleanza è loro. Ma questa alleanza è stata infranta, quindi ciò che prometteva (il Messia) non può più essere ottenuto. L'infrazione è stata una colpa gravissima. Non solo, il permanere nell'infrazione è un peccato che si aggiunge al primo come il persistere si aggiunge al commettere. L'Alleanza stipulata da Dio è "irrevocabile", quindi deve essere ancora posseduta dagli ebrei, ed è per questa Alleanza che sono ancora amati, non in quanto ebrei né tanto meno in quanto giusti.
Per il fatto che gli ebrei hanno infranto l'Alleanza Dio ne ha stipulato una nuova con un altro popolo, i cristiani.
Ma questa non abroga la prima.
Siamo nel caso di una stipula di un contratto in cui una parte non onora il dovuto, la parte lesa è costretta a stipulare un nuovo contratto con un terzo, pena la non fruizione del servizio, quantunque il primo contratto non venga annullato, ma persiste, e può essere portato in giudizio in tribunale. La colpa dei giudei non è stata quella di aver stracciato l'Alleanza, ma di non averla onorata; non l'hanno distrutta, ma disattesa, quindi essa sussiste inalterata.
Paolo afferma:
Quanto a loro, se non persevereranno nell'infedeltà, saranno anch'essi innestati; Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo!
L'infedeltà indica il rifiuto di Cristo. Quindi fino a che non riconosceranno Cristo non saranno perdonati. Ma ciò è esattamente quello che dovevano fare quando Cristo è giunto in mezzo a loro, non altro. Quindi quello che dovevano fare è identico a quello che devono fare e questo coincide con la loro via di salvezza. L'Antica Alleanza non consiste nei riti, ma nella fede in Cristo, duemila anni fa come ora. Quando si dice che gli ebrei hanno la loro via di salvezza si intende che compiendo gli antichi riti gli ebrei avrebbero salva l'anima: questo parte dal presupposto che l'Antica Alleanza consista nel compiere riti, il che è una sciocchezza. L'Antica Alleanza consiste nella conversione del cuore per poter riconoscere il Messia al tempo opportuno.
Si può dire dunque che l'Antica Alleanza sussiste ancora, ma si aggiunga "solo per gli ebrei"; si dica pure che gli ebrei hanno una loro via di salvezza privilegiata, diversa dagli altri, ma si dica anche che questa via è la conversione a Cristo attraverso la Scritture antiche.
L'Antico Testamento è la via attraverso cui gli ebrei entrano nella Chiesa oggi come allora, è inutile tentare altre strade, valide solo per i gentili. L'Antica Alleanza è il motivo per cui gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura, perché non sono stati rigettati del tutto né sono stati mai maledetti da Dio, ma continuano ad essere amati in virtù dei Padri.
Il sepolcro è simbolo dell'Antica Alleanza da cui risorge il Cristo, dopo averla messa in pratica fino alla morte. Le donne, purificate dalla Legge e dai Salmi vissuti il Venerdì e il Sabato Santo, possono abbandonare le antiche pratiche, riconoscere il Cristo e correre ad annunciarlo ai loro correligionari. Le guardie della Legge, che hanno passato il loro tempo ad obbedire agli ordini dei farisei, quando Gesù risorge non possono fare altro che ritornare da loro per farsi comandare ancora. I farisei li corrompono con beni materiali e gli insegnano a mentire per farli ripiombare nella schiavitù di sempre. Gli ebrei sanno che i cristiani non hanno rubato loro il Messia ma lo dicono per obbedire ai loro capi, scambiati per la Legge, e per non essere imputati di alcuna trasgressione. Infatti i rabbini scrivono e scrivono leggi per giustificare qualunque colpa dei loro discepoli: è questo il loro potere, giustificare con la furbizia. Infatti con le parole Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi il Vangelo indica il Talmud, che è la raccolta completa di "questi racconti", di tutte le giustificazioni rabbiniche all'infrazione della Legge.
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