venerdì 23 marzo 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 2:14 Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?
Con le opere l’Apostolo intende il risultato di un’azione religiosa. Son le azioni che si praticano nella speranza, come accennato sopra, e quindi qui si tratta dei rapporti tra fede e speranza.
Giacomo 2:15 Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano
Giacomo 2:16 e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
Al povero non basta la consolazione spirituale ma serve il sostegno materiale, perché la sua indigenza è materiale e non spirituale. L’esempio illustra due errori. Il primo è il fraintendimento tra spirituale e materiale; il secondo è l’ipocrisia di chi utilizza lo spirituale per evitare lo sforzo materiale.
Giacomo 2:17 Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.
Il primo caso, applicato ai rapporti tra fede e speranza, denuncia l’errore di chi, ormai purificato nella fede, si ostina a compiere atti tipici della fase che ha già passato. La purificazione a oltranza, che scava nell’anima fino a ferirla, quando non c’è né più bisogno; la ricerca senza posa di significati occulti quando si è già raggiunta la verità; l’azione reale confusa con quella mentale sono alcuni degli errori che il fedele può compiere.
Il secondo caso smaschera le intenzioni di chi non ha voglia di faticare per il prossimo e quindi fa compiere il suo dovere alle chiacchiere.
Giacomo 2:18 Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.
L’Apostolo è ironico, “mostrare la fede senza le opere” è impossibile perché la fede non è nell’ordine del concreto. Qui egli si rifà al versetto “non tutti quelli che diranno “Signore Signore”, entreranno nel regno dei cieli”. Le opere poi si possono mostrare perché sono concrete e da esse si può evincere il fine per cui sono state fatte, appunto la fede.
Oltre a ciò si legge anche così.
Non è possibile mostrare “la fede senza le opere” perché la fede è di ordine spirituale, e quindi invisibile. Tuttavia non basta un culto solamente spirituale perché è necessario mostrare dei risultati concreti. Se è scritto “adorerete in spirito e verità”, indicando la necessità della fede spirituale, è anche scritto che alla fine dei tempi saremo giudicati sulle opere di misericordia, concrete, come dice Gesù nel Vangelo.

Giacomo 2:19 Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!
La fede porta alla verità e la verità porta alla purezza. I demoni hanno visto Dio e quindi posseggono la verità, tuttavia sono impuri. Questo perché non hanno la carità, l’amore di Dio: sanno chi è Dio eppure lo odiano. Per quanto riguarda la speranza i puri spiriti non la coltivano. La speranza termina ad una certezza relativa ad un concreto, qualcosa presente qui ed ora, che per il cristiano la Provvidenza, Dio considerato come agente nella storia. Ma questi spiriti sono immateriali e atemporali, non hanno storia, quindi il qui ed ora per loro non vale. Se bastasse la conoscenza della verità per la salvezza dell’anima anche i demoni sarebbero salvi.
Giacomo 2:20 Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore?
Giacomo 2:21 Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare?
Giacomo 2:22 Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta
Giacomo 2:23 e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio.
Abramo è il patriarca della fede, così come Isacco quello della speranza e Giacobbe quello della carità. Abramo dovette fare corrispondere alla sua fede un gesto concreto, come prova che la sua fede era vera. La prova a cui fu sottoposto Abramo certificò la sua fede. Così la fase della speranza certifica quella della fede. Accade che tutto quello che è stato accumulato nell’anima durante l’apprendimento della verità venga messo in pratica successivamente e quindi realizzato in concreto. Come il seme piantato bagnato genera una pianta, così la parola piantata nell’anima mediante l’acqua della purificazione –e specialmente della confessione- si anima e germina una nuova vita. Nella purificazione si toglie il peccato e si pianta la verità, la quale crescerà nelle opere e nella virtù. La fede cooperava con le opere nel senso che la fede era la causa di quelle opere, perché per fede Abramo andò sul monte.
La fede divenne perfetta perché la fede produce opere, le virtù ed infine la speranza; fede e speranza poi rendono perfetto il credente perché dopo essersi purificato egli ha acquisito forza nelle prove: intelletto e volontà, passione e azione, essere e fare sono pronti, l’uomo è completo. Abramo è amico di Dio perché l’amico non può essere soltanto chi non fa del male ma soprattutto chi fa del bene, l’amico è colui che ha sopportato insieme delle prove. La prova qui è la crocefissione di Gesù, che Abramo condivise in figura col Padre.

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domenica 4 marzo 2012

Mc 9,2-10: Questi è il Figlio mio, l’amato.

Dal Vangelo secondo Marco


In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Nella Somma teologica Tommaso dimostra la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio.
Le persone divine si distinguono non per la loro essenza ma per le loro relazioni, queste devono essere relazioni contrapposte e quindi d’origine.
Nell’economia trinitaria le relazioni tra le persone divine sono relazioni d’origine: le relazioni che legano Padre e Figlio e Padre e Spirito Santo non sono opposte tra loro perché se no, non essendo compossibili, risulterebbe o che le relazioni non esisterebbero o che le relazioni sono due e i termini primi delle stesse sono distinti, cioè esisterebbero due Padri. Al contrario le relazioni tra Padre e Figlio e tra Padre e Spirito non sono opposte e quindi possono coesistere avendo un termine in comune, la persona del Padre. Tuttavia ciò non garantisce che le relazioni non possano coincidere, con l’identità di Figlio e Spirito. Tale garanzia si ottiene con una relazione opposta, quindi distinguente, quindi d’origine tra le due persone divine. Questa è la relazione d’origine tra Figlio e Spirito.
Per persona si intende un centro sostanziale di atti spirituali di natura individua. È il centro spirituale che unifica gli atti della sostanza secondo criteri razionali e volitivi. Come è possibile che questo avvenga nella Trinità? Come spiegare che esistono tre centri unificatori spirituali nella sostanza Dio? Si deve dimostrare che tutte e tre le Persone compiono questa unificazione e che le tre unificazioni sono possibili contemporaneamente, che non si contrastano tra loro e che sono necessarie. Inoltre lo schema delle processioni (il Padre da nessuno, il Figlio dal Padre, lo Spirito dal Padre e dal Figlio) deve rimanere costante.

Processione è un termine più universale di causa. Causa indica origine e produzione, processione solo origine. Dicendo che il Padre genera il Figlio noi diciamo che il Figlio procede dal Padre e che è da lui “prodotto”, nel senso di azione che conduce a qualcosa. Generazione è il termine che il Vangelo utilizza per dire origine e “creazione divina”, diversa dalla creazione degli enti finiti. La generazione può essere assimilata ad una causalità efficiente, così come la processione dello Spirito. Il Figlio invece causa lo Spirito di causalità strumentale, lo Spirito procede attraverso il Figlio.
La seconda persona della Trinità è il Figlio e il Verbo, le parole sono prese dalla famiglia e dal processo intellettivo. Lo Spirito è la Vita, l’Anima e il Dono. L’anima è il principio di vita, quindi anima e vita sono assimilabili, e anche dono, perché la vita è il primo dono di Dio. L’anima poi è forma e quindi lo Spirito sarà causa formale, infine sarà bellezza perché “forma et pulchrum convertuntur”.

Il Padre è causa efficiente, è causa del Figlio e dello Spirito. Il Figlio è causa finale dell’azione del Padre, il Padre genera in vista del Figlio. Lo Spirito non è causa finale perché il Padre non vuole un Figlio per amare, ma genera un Figlio e quindi (attraverso di Lui) ama. Lo Spirito è causa formale. Rispetto al Padre perché la vita del Padre è la sua forma, rispetto al Figlio perché lo Spirito è la formazione del Figlio.
 Se nella generazione del Figlio è il Padre la persona che unifica la sostanza divina perché permette l’esistenza del Figlio e dello Spirito, anche dal punto di vista del Figlio si ha un dominio della sostanza. Così come nell’educazione dei bambini il bambino è il centro dell’educazione perché è il soggetto che apprende e gli adulti sono al suo servizio, così allo stesso modo nell’educazione del Figlio Padre e Spirito sono al suo servizio. Quella che dal punto di vista del Padre è una generazione da quello del Figlio è un apprendimento, il Padre è attirato dal Figlio è per lui fa ogni cosa, il Figlio è il motore immobile che fa fare al Padre l’atto divino di riempirlo di ciò che gli è proprio, la propria natura. Al che il Figlio non si limita a ricevere dal proprio educatore ma apprende, cioè si forma e la formazione del Figlio è lo Spirito Santo. Ecco perché sia il Figlio sia lo Spirito sono detti Sapienza: il primo perché Verbo, il secondo perché Forma. 
Per questo è lo Spirito che procede dal Figlio e non il contrario: perché l'azione attraverso il fine produce delle forme, il fine attraverso l'azione penetra nelle cose e ne modifica la forma. Ma non accade che un soggetto  produca dei fini attraverso delle forme. Un uomo attraverso un martello dona una forma al ferro, non un fine (privo di forma). Se l'uomo dell'esempio produce per un fine, mettiamo per divertimento, questo divertimento non scaturirà dall'azione del martello, ma sarà previo all'azione. Le forme in sé non generano fini.
Ciò che il Padre dona al Figlio attraverso il Figlio diventa Spirito all'interno del Figlio, il quale è nel Padre. In tutto il processo domina il Figlio, che domina come persona la sostanza divina. Anche nella formazione del Verbo ritroviamo un dominio. Lo sanno coloro che dedicano tutta la propria vita ad una idea, la quale trascende il soggetto e lo supera in importanza e regola la vita di coloro che gli si dedicano. Qui il Verbo domina, lo scopo a cui il Padre dedica la sua Vita è il suo Verbo.
Lo Spirito è causa formale suprema. Nel Figlio come sua formazione, nel Padre come sua anima. La forma è l’anima e l’anima può essere intesa come principio esteriore (Agostino: l’anima rete che tiene assieme ) o interiore (Tommaso: forma come principio di intelligibilità). L’anima è principio di vita e la vita si esprime attraverso il possesso, guidato dalla volontà a livello spirituale o dalla brama ai livelli più bassi. Per questo Agostino dice che lo Spirito è Amore, perché la vita è possesso, il possesso spirituale è la carità e dunque lo Spirito, essendo vita e spirito, è carità.
E bisogna stare attenti a dire che lo Spirito non è la Carità perché questa è comune a tutte tre le persone e quindi appartiene all’essenza di Dio. Primo perché l’essenza è ciò che si esprime nella definizione e nella definizione si esprimono forma e materia. Ora la seconda non è presente in Dio mentre forma è lo Spirito Santo come abbiamo visto, e ciò si può argomentare.
Dio è perfezione ma nella perfezione è compresa l’alterità personale, l’altro. La generazione di un figlio, l’amicizia, il rapporto tra pari sono perfezioni che Dio deve avere ma che esigono un’alterità, alterità di natura divina. La Trinità è questo rapporto alla pari tra persone divine. Senza questo Dio non sarebbe perfetto. Lo Spirito è la forma che rende perfetto Dio perché gli fornisce quelle qualità di cui sarebbe carente. Quindi la forma che esprime l’essenza di Dio è lo Spirito perché somma di tutte le perfezioni. Ciò che definisce Dio è una persona divina.

Nel vangelo ci sono tre trinità. La prima Pietro, Giacomo e Giovanni. La seconda Mosé Gesù ed Elia e la terza il Padre il Figlio e la nube, lo Spirito  Santo.
La prima è quella dei discepoli nella fede, che imparano dal maestro Gesù.
La seconda è il Maestro Gesù con altri due maestri: Mosé maestro degli israeliti ed Elia maestro di Eliseo. Rappresentano la speranza. Gesù infatti sta già predicando e la predicazione attesta l'azione della fase della speranza.
Poi c'è la Trinità divina che rappresenta la carità.

Gesù porta i tre discepoli  da soli sul monte: i discepoli  rappresentano fede speranza e carità nella fede e la solitudine indica che sono escluse le virtù naturali: è un discorso prettamente religioso.
Lo splendore di Gesù indica il raggiungimento della perfetta purezza (bianchezza) e speranza (luce che si spande). Lo splendore dunque è una purezza attiva, che si muove verso i discepoli e unisce la purificazione della fede e l'azione della speranza. Mosé ed Elia non sono simboli ma persone vive che parlano con Gesù.
Pietro a questo punto propone la costruzione di tre capanne per i tre profeti. Pietro non sa quello che dice perché vorrebbe che la speranza obbedisse alle leggi della fede diventando statica quando al contrario la speranza è vita è movimento. Il motivo di coloro che ostacolano la predicazione e la vita nella religione è la paura. A questo punto una voce da cielo -il Padre- rivela l'identità di Gesù: lui è il Figlio. Gesù non è soltanto fede e speranza, ma anche carità, essendo l'amato. Questo è il senso della trasfigurazione: Gesù si rivela come Figlio e come carità.  E questa dimostra ulteriormente che Gesù è Dio: nessuno può essere nella fase della carità pur essendo ancora in quella della speranza, perché la prima si conquista dopo la seconda. A meno che non sia da sempre nella carità e quindi da sempre perfetto. 
I discepoli hanno il divieto di raccontare ciò che hanno visto perché solo la passione può spiegare il significato dell'amore di Dio, e la passione è giustificata dalla resurrezione. Era necessario che prima che si sapesse che Gesù è amore si mettesse anche la croce in questo amore. La croce è resa sensata dalla risurrezione e dunque solo dopo di questa i discepoli avrebbero potuto dire che Gesù è la carità.
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lunedì 13 febbraio 2012

Mc 8,11-13: Ascesi e libertà

Dal Vangelo secondo Marco


In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.


I farisei non ricevono nessun segno dal cielo. Coloro che credono di salvarsi attraverso una legge –rappresentati dai farisei- non ricevono segni da Dio. Dio dona liberamente, senza condizioni, vale a dire senza chiedere nulla in cambio. I farisei invece fanno strettamente corrispondere ad ogni pratica una ricompensa impedendo così l’azione della grazia. La grazia esige libertà e si oppone al calcolo. Tutti i fedeli, immaturi nella pratica della virtù, cominciano l’ascesi con una certa dose di calcolo nelle loro azioni perché questo permette l’inizio della pratica religiosa e rafforza il credente nella volontà e nell’impegno. Inoltre permette l’accumulo di quei beni che le devozioni promettono. Col completamento della purificazione della fede e il passaggio alla speranza la religione si volge all’azione e quindi si semplifica; al calcolo delle devozioni e al rispetto dei precetti si sostituisce una spontaneità nella pratica della virtù che porta il fedele ad agire in maniera efficace per il vangelo. I farisei non ricevono segni dal cielo perché li chiedono per scetticismo, perché non credono in Gesù. Lo vogliono infatti mettere alla prova. Il fine della fede è la purezza, peccare col chiedere un segno per aumentare la propria fede è contraddittorio.

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venerdì 27 gennaio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 2:12 Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché
Giacomo 2:13 il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio.
Chi deve essere giudicato secondo una legge di libertà è giudicato sulla fede e sulla speranza. Sulla fede, perché i precetti che acquisiti nella fase della fede si ritrovano nella speranza e se nel buio della fede non ho appreso il vangelo -o addirittura l’ho negato- nella speranza si vedranno le conseguenze. Sulla speranza, perché chi rifiuta di far fruttare i propri talenti opponendosi alla spontaneità della fede (la legge di libertà) sarà uguale a quello che nella parabola evangelica li sotterra. La verità del vangelo, appresa nella fede e messa in pratica nella speranza, è l’amore di Dio che si concretizza nelle opere di misericordia.
La misericordia ha la meglio nel giudizio perché non è né la fede né la speranza il grado ultimo di santità, ma la carità, che è la più importante tra le tre virtù. L’Apostolo ci ricorda che la legge di libertà nasce dal precetto dell’amore del prossimo che si scopre alla fine del percorso di fede. L’anima che ha trovato la verità ha trovato la direzione dell’azione, e siccome ora è pura i suoi sforzi si dirigono all’esterno secondo una dinamica interiore data da quanto ha appreso in precedenza. Se nella fede ogni atto di culto doveva essere singolarmente perfetto attraverso un atto di volontà puntuale, nella speranza è il dinamismo generale che conta, non è più la realizzazione corretta o scorretta dell’atto ma l’importante è l’acquisizione della virtù, il cui processo è esteso e articolato.
Nella fede ogni azione deve essere singolarmente buona e ciò viene di norma verificato immediatamente; in questa fase si è già creata una predisposizione permanente ai precetti evangelici e l’azione tende spontaneamente a conformarsi a questa. L’azione morale è inserita in un continuo esistenziale che nella fede era stato sospeso a motivo delle pratiche ascetiche tipiche di quella fase. L’attenzione ora verte su indecisioni, debolezze, falsi scrupoli, mancanza di forza nell’azione, rachitismo spirituale, storture caratteriali e peccati residuali. Non è più così importante il cadere nel peccato, ma il riuscire nell’azione virtuosa, e ciò perdona anche gli insuccessi e gli errori –se il peccato non è mortale-. Il giudizio quindi in questa fase si nutre di misericordia perché non viene imputato ogni peccato ma tutto è in vista del progresso nella virtù. Questo non vuol dire che il fine giustifica i mezzi, ma che il Signore usa pazienza verso coloro la cercano.
La misericordia ha la meglio “nel giudizio” e non “sul giudizio” perché la misericordia non cancella il giudizio ma lo realizza, permettendo al credente di raggiungere la completezza morale in vista della speranza.
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sabato 21 gennaio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 2:6 Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali?
Giacomo 2:7 Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi?
L’uomo senza Dio al contrario non obbedisce a nessuna legge e quindi ritiene il diritto un’arma da usare contro i suoi avversari; il suo ambiente naturale è il tribunale dove si diverte a pervertire la legge a suo favore. Anzi ogni situazione diventa con lui tribunale in cui si processano gli indifesi. Essi bestemmiano Dio perché non ottengono quello che desiderano non potendolo ottenere, essendo il loro appetito insaziabile.
Giacomo 2:8 Certo, se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene;
Qui l’Apostolo mette in guardia da un grave errore: l’amore immaturo. La carità, che è il vero amore, si raggiunge dopo la fede e la speranza e le corona. Prima di ciò l’amore è presente ma è adeguato al livello di santità a cui uno è giunto. Nella fede l’amore è amore della verità e della volontà di Dio; nella speranza l’amore è amore di giustizia e di libertà fino all’amore delle anime; nella carità si ama Dio e le anime sopra ogni cosa. Ora nella Scrittura sono presenti tutti gli insegnamenti che occorrono al cristiano e tutti vanno realizzati in ciascuna fase. Nella fede si apprendono come oggetto di fede e si mettono in pratica per purificarsi mentre nella speranza caratterizzano l’azione. Dunque anche i comandamenti attinenti alla carità, formalmente più elevati, vengono praticati anche nella fede e nella speranza.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” e non “amerai Dio con tutto il tuo cuore” innanzitutto perché in senso assoluto il prossimo è Gesù, come ci insegna la parabola del Samaritano, e dunque non c’è contrasto tra i due precetti dal momento che è sempre Dio che si ama per primo. In secondo luogo “Amerai il prossimo tuo come te stesso” è precetto della speranza, poiché rivolto alle anime, che sono il fine a cui si rivolge l’azione in questa fase.
Giacomo 2:9 ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori.
Il precetto della carità –che riassume tutti gli altri- può essere corrotto dalla mancanza di giustizia nell’ambito dei rapporti tra persone, l’ambito in cui conclude la pratica delle virtù, essendo nella speranza, a differenza della fede, i rapporti interpersonali luogo della pratica della virtù, dal momento che attorno alle persone si organizza il reale. L’Apostolo accusa di fare favoritismi e ciò si ha quando si trattano persone uguali con misure diverse.
Giacomo 2:10 Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto;
Giacomo 2:11 infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere.
Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, ti rendi trasgressore della legge.
La ragione per cui chi trasgredisce un solo precetto è colpevole di tutto è di ordine genetico: tutti i precetti hanno la medesima origine –Dio- e chi viola i precetti offende Dio. L’offesa poi è uguale sia che se ne violi uno o molti, perché l’offesa ad un essere infinito è una colpa infinita che merita una pena infinita. Per questo non è scritto “diventa colpevole di tutti i precetti” ma “diventa colpevole di tutto”: il tutto indica l’infinità della colpa. La legge di libertà, la ripetizione spontanea di azioni buone non può quindi sopprimere la legge in favore della libertà. Non solo perché “la verità –essenza della legge- vi farà liberi” ma perché la libertà senza legge scade in favoritismo, il quale giungerà fino all’adorazione di un uomo come dio. Oltre a questo si può anche intendere in questo modo: chi trasgredisce i comandamenti della speranza è colpevole di tutto, anche della trasgressione della fede, poiché colui che ha ordinato di non commettere adulterio, cioè di non adorare gli idoli, dimenticando la propria fede, ha anche detto non uccidere, il corpo e l’anima delle persone, ma di farle vivere, secondo la parabola del servo infido. Offendere Dio facendo del male ai suoi figli contiene anche l’offesa della fede, poiché essa consiste nel non credere nella sua esistenza e nei suoi attributi, e chi lo offende non reputa che esista o che sia onnipotente o sommo amore.
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mercoledì 18 gennaio 2012

Mc 3,1-6: Tendi la mano

Dal Vangelo secondo Marco


In quel tempo, Gesù entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo.
Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita.
E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

In questo vangelo si condanna la durezza del cuore. L'adempimento della legge è un dovere che serve a realizzare il bene umano previsto dalla legge, ad esempio "non rubare" è un precetto che garantisce il godere dei frutti del proprio lavoro. Così come il fine di tutte le leggi naturali è il mantenimento e miglioramento della vita umana, allo stesso modo il fine della legge d'Israele era il mantenimento e la purificazione della fede in Dio, che comportava la pratica della virtù. Tuttavia ogni adempimento di un singolo precetto comporta un merito e in nome di di questo merito si perdeva di vista il contenuto ultimo della fede, l'amore di Dio per tutti gli israeliti. Gesù si rattrista per la malizia dei farisei prima e per la loro ipocrisia dopo, perché sanno che salvare una vita è più importante che rispettare il sabato, ma sanno anche che la loro scuola e il loro potere si basano sull'adempimento letterale della legge. Per mantenere il loro potere sarebbero disposti a sacrificare la vita di un uomo. Per questo motivo alla fine Caifa raccoglierà anche i loro consensi.

Questo vangelo è la base giuridica con cui si può valutare il nostro approccio alle apparizioni mariane. Il magistero impone di credere solo alla rivelazione biblica e non alle rivelazioni private. Ciò è giusto perché l'essenza della religione cattolica è Cristo e solamente in Lui c'è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per salvare la nostra anima e giungere alla santità. Tuttavia non bisogna mai dimenticarsi che la distinzione tra rivelazione biblica e privata è una distinzione di diritto, una legge che serve anche come base giuridica per poi vagliare i casi successivi. Nella realtà il Cristo che è risorto e quello delle apparizioni private (vere) è lo stesso, quello che Egli chiede nei Vangeli è lo stesso -nella forma- che chiede nelle apparizioni private, tuttavia attualizzato per quel momento storico. I Vangeli contengono storie di molte persone e luoghi che fungono da modelli universali per la Chiesa, ma non bisogna mai dimenticarsi che quelle persone e luoghi prima di essere modelli sono state cose reali, la quali sono già state giudicate e salvate, e adesso è il nostro turno. Il cieco nato è già stato guarito, ora tocca ad un altro di noi; la samaritana è già stata convertita, è l'ora delle nostre. Ciò vuol dire che la rivelazione biblica non è più primaria, o che non è più necessario il Padre nostro? No, vuol dire solamente che le persone sono più importanti delle regole, e che il fine della Chiesa è salvare le anime delle persone che le sono date in ciascuna epoca, niente di più. Se l'apparizione privata è in accordo con la rivelazione primaria e i testimoni sono credibili, si chieda con rispetto una conferma e poi si faccia quello che l'apparizione prescrive. E si faccia subito, immediatamente, senza perdere tempo, perché quello e solo quello è la volontà di Dio per quel momento. Se la Vergine chiede la consacrazione di un paese al suo Cuore Immacolato si faccia e basta, senza vergogne o finti ritardi. Questo è il dovere dei vescovi, essi che hanno come compito di pascere il gregge della Chiesa. Qui la direzione che i fedeli devono prendere è dettata direttamente dal cielo, senza possibilità di errore umano, bisogna solo avere fede. Al contrario ritenere tutto ciò superstizione non fa niente altro che attirare su di sé l'ira divina -rivelazione biblica-. La nostra durezza di cuore consiste innanzitutto nella malizia farisaica, cioè nel non voler avere a che fare con persone reali ma con leggi scritte, molto meno esigenti e soprattutto non vive. Anche la Scrittura può indicarci ciò che bisogna fare in un preciso momento -si pensi al "Tolle lege" o alla storia di Antonio-, ma un'apparizione di Cristo o di Maria indica una dimensione pubblica -globale- del problema. Infatti una rivelazione privata per tipologia può benissimo essere pubblica dal punto di vista della visibilità, basti pensare a Lourdes o Fatima. Ignorare le apparizioni è un atto gravissimo che condanna la Chiesa alla paralisi, dal momento che non è in grado da sola di trovare il rimedio indicato dall'apparizione. La durezza di cuore deriva dal ridurre la religione al trinomio "Sacra Scrittura" "Interpretazione" "Applicazione", senza tener conto di Cristo e dei fratelli. La durezza di cuore è il rifiuto della presenza di Cristo e porta alla lunga al rifiuto della presenza reale di Cristo nell'Eucarestia. 
Ed è per questo che le apparizioni sono sempre accompagnate da miracoli: è Cristo che dice "Tendi la mano!" a uno dei presenti per condannare la durezza di cuore di tutti gli altri.
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venerdì 13 gennaio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 2:1 Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria.
Qui si delineano meglio gli attributi di questa purezza e di questo aiuto.
La fede riguarda l’esistenza e gli attributi di Dio, la speranza l’azione di Dio tra gli uomini, la provvidenza. La fede, che è causa della speranza, non svanisce al sorgere della speranza stessa poiché la fede è un tipo di causa che sostiene in essere il suo effetto. La fede per generare la speranza non usa forme o materie preesistenti ma solamente l’oggetto suo proprio, Dio e i suoi attributi. La fede attraverso la discrezione –che si basa sulla conoscenza di Dio- è causa della purificazione e questa permette al credente di acquisire i beni spirituali attraverso l’azione, e quindi la pazienza la virtù la speranza. Tutto il processo di purificazione fino all’azione ha come causa formale la conoscenza di Dio. Tolta questa sarebbe tolta la fede, poi la discrezione e di conseguenza si perderebbe la purità e il credente ottunderebbe la sua anima con nuovi peccati. La purezza non è indipendente dalla conoscenza di Dio poiché quest’ultima è di origine soprannaturale. Essa è esterna a tutto ciò che è naturale ed è da esso indipendente. Il naturale è nel soprannaturale come qualcosa di accidentale, esso lo accompagna ma non entra nella sua essenza. Questa separazione tra naturale e soprannaturale fa si che la fede non si basi su entrambi ma solo sulla grazia di una rivelazione. La rivelazione, l’oggetto di fede, è causa formale unica della purezza e quindi della speranza che ne è conseguenza. Da ciò si vede come la purezza di cui parla l’Apostolo è la stessa che si ottiene nella fede e che permane nella speranza.
Giacomo 2:2 Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro.
Giacomo 2:3 Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: «Tu siediti qui comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti in piedi lì», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello»,
Giacomo 2:4 non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?
La fede –è stato detto altrove- porta alla verità e questa al diritto. Figura dell’uomo di fede è il re, perché simbolo del diritto. L’aderenza al diritto produce giustizia; diritto e giustizia sono quindi forma della speranza. L’azione del candidato alla beatitudine deve essere giusta e procedere dal diritto e dalla verità.
Giacomo 2:5 Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?
La fede comporta il diritto e questo la sovranità perché per obbedire ad una legge è necessario non essere legati a voleri di uomini, dal momento che questi mescolerebbero alla legge i loro arbitrii. L’uomo di fede dunque è obbediente a Dio e alla sua legge in forza del diritto (e non della violenza) e libero di fronte a tutti gli uomini. L’uomo di fede è sovrano e al sovrano si addicono le ricchezze, i beni eterni che vince in virtù dei suoi sforzi e della sua pazienza.
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