venerdì 25 maggio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 4:7 Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi.
L’umiltà poi porta all’obbedienza perché l’umile riconosce giusto lasciare che siano i più capaci a comandare. Il fedele deve resistere al diavolo perché il diavolo cercherà sicuramente di tentarlo con la superbia secondo le parole “ chi ha intenzione di servire il Signore si prepari alla tentazione”. La tentazione del diavolo nella speranza è poca in confronto alla tentazione nella fede e nella carità. Nel vangelo Gesù è tentato fino alla vittoria nel deserto e poi dopo l’ultima cena, come affermano le parole “Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”.
Giacomo 4:8 Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Purificate le vostre mani, o peccatori, e santificate i vostri cuori, o irresoluti.
La spontaneità nel cuore del fedele, che lo dirige verso azioni buone, lo porta verso la carità e quindi verso Dio. Dio poi ricambia per poter essere totalmente nel fedele. Dio si allontana se vengono compiute azioni malvagie o se ci si macera nell’indecisione. Nel primo caso l’azione peccaminosa fa perdere anche le grazie relative alla fede dal momento che intelletto e volontà agiscono insieme e chi pecca contro la volontà invalida anche l’intelletto. Il peccato necessita quindi di una purificazione. L’indecisione non è in sé un peccato di questo tipo perché non c’è volontà né azione, ma impedisce di raggiungere un grado di santità più elevato. L’indecisione cronica ha altre cause, dettate a monte da un peccato da eliminare. 
Giacomo 4:9 Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza.
Giacomo 4:10 Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà.
In caso di peccato nella fase della speranza è necessaria penitenza. Per prima cosa è necessario riflettere sulla pochezza dei beni spirituali posseduti (Gemere sulla vostra miseria) su quanto questi dipendano dal favore del Signore; successivamente compatirsi, anche pubblicamente se necessario (Fate lutto). Le manifestazioni di vita (allegria) che hanno accompagnato la vita del cristiano in questo momento devono essere momentaneamente bloccate e il loro posto va lasciato alla pratica dell’umiltà.
Giacomo 4:11 Non sparlate gli uni degli altri, fratelli. Chi sparla del fratello o giudica il fratello, parla contro la legge e giudica la legge. E se tu giudichi la legge non sei più uno che osserva la legge, ma uno che la giudica.
Giacomo 4:12 Ora, uno solo è legislatore e giudice, Colui che può salvare e rovinare; ma chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?
La legge di cui si parla è la legge di libertà cui si accennava sopra. Lo Spirito soffia dove vuole e anche il cristiano animato dallo Spirito è libero perché agisce secondo la volontà dello Spirito. Il cristiano che segue lo Spirito partecipa della sua libertà. Questa libertà può scandalizzare i fratelli perché non risponde alle logiche del mondo ma a quelle della carità. L’uomo nella speranza è già un uomo spirituale e si comporta da uomo spirituale, vale a dire obbedisce più a Dio che agli uomini. L’obbedienza presuppone l’ascolto e l’uomo d’azione sacra ascolta Dio e ne esegue i comandi senza badare all’opinione della gente. Dio è l’autore di questa legge e il solo giudice, dal momento che la conosce perfettamente. Infatti solo chi conosce la legge può arbitrarla. Non solo, Dio è giudice e legislatore perché può “salvare o rovinare”. Qui non si tratta di salvezza o rovina delle anime, perché Dio non danna nessuna anima, ma di salvezza o rovina delle opere degli uomini. La funzione legislativa in senso largo deriva quindi da un potere che Dio ha sulle opere degli uomini. Questo è un potere di conservare o distruggere ciò che l’uomo fa in base al fatto che l’opera si conformi alla verità, Dio stesso. Quindi quel giudizio che Dio dà sulle opere degli uomini e l’azione divina che ne consegue sono la causa dello sbocciare di una spontaneità sacra mentre l’uomo coltiva la virtù della speranza. La Provvidenza è causa della vita dell’uomo e fa in modo che l’uomo partecipi della sua natura. L’uomo beato agisce come Dio, sempre nella verità e in perfetta sintonia con il vangelo.  
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martedì 8 maggio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 4:1 Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra?
Chi si trova nella speranza si trova nel mondo. Qui lavora per il regno attraverso azioni concrete che trasmettono il vangelo di Gesù. Si può fare ciò da soli ma più spesso si coopera in molti per lo stesso scopo. Le guerre e le liti minano la fiducia nel gruppo e fanno fallire il progetto. La causa sono gli istinti non domati che si attivano quando il credente ricomincia, dopo le prove della fede, a condurre una vita nel mondo.
Giacomo 4:2 Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete;
Le passioni sono una brama, cioè un desiderio di possesso che si manifesta in un modo specifico, come desiderio frustrato che non riesce ad ottenere ciò che vuole. L’oggetto della brama per questo motivo è odiato e l’odio si spinge fino alla distruzione dell’oggetto o all’uccisione della persona. “Non chiedete” perché la richiesta sarebbe un atto di umiltà la quale è opposta al possesso. 
Giacomo 4:3 chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri.
Coloro poi che chiedono in base all’egoismo non conquistano la fiducia degli altri e soprattutto di Dio. Questo impedisce di aprire la strada verso la carità che non ha di mira il proprio interesse ma il dono gratuito di sé.
Giacomo 4:4 Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio.
L’infedeltà deriva dalla perdita di una verità, in questo caso che “amare il mondo è odiare Dio”. Coloro che conoscono la verità e devono metterla in pratica, se trascurano ciò perdono sia i meriti dell’azione sia quelli della sapienza. In questo caso la via alla carità è chiusa perché la verità persa è una verità che si mette in pratica nella speranza, punto intermedio tra fede e carità. In secondo luogo perché all’interno della speranza il precetto “amare il mondo è odiare Dio” è il collegamento tra il mondo, il luogo della speranza e l’amore di Dio, l’amore di carità. Chi odia il mondo e ama Dio passa alla carità, chi fa il contrario si impantana nelle realtà mondane e non ascende.  
Giacomo 4:5 O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi?
Questa gelosia è diversa dalla precedente perché non è gelosia carnale ma spirituale. Ciò vuol dire che non è alimentata dalla brama ma dall’amore di carità, in cui ognuno è immagine della seconda persona della Trinità. Il Padre mette lo Spirito nel credente perché questo nel battesimo e nella vita di grazia  è simile a Gesù. 
Giacomo 4:6 Ci dà anzi una grazia più grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia.
Una grazia più grande dei beni del mondo, la carità che contiene tutti i beni. I superbi sono coloro che mettono al primo posto i propri meriti, gli umili coloro che si riconosco più deboli degli altri. Gli umili si riconoscono più deboli di Dio e in nome di ciò ricevono tutto quello che per le proprie forze non potrebbero ottenere.  
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mercoledì 2 maggio 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 3:13 Chi è saggio e accorto tra voi? Mostri con la buona condotta le sue opere ispirate a saggia mitezza.
La saggezza è il sapere derivato dall’esperienza. L’accortezza è l’attenzione ad avere, reperire o trattare dati. Entrambe sono intelligenze pratiche: la prima contiene un riferimento al tempo passato; la seconda al tempo futuro, perché l’accortezza è in previsione di un evento futuro. Queste due virtù sono raggiunte attraverso azioni concrete (opere) di carattere morale (di buona condotta) in cui la ragione formale sia la mitezza (l’assenza di ira) ottenuta tramite l’esperienza e l’esercizio (indicata dalla saggezza). Dunque l’uomo che raggiunge la mitezza raggiunge pure un’intelligenza pratica che abbraccia passato, presente e futuro. L’affermazione è illuminata dalla beatitudine “Beati i miti perché erediteranno la terra”. I miti, ottenuta la mitezza tramite le prove, ereditano la terra, vale a dire il complesso delle realtà terrene illuminate dalla luce di Dio. La terra poi corrisponde alle realtà temporali oggetto della saggezza e dell’accortezza, perché la temporalità è la condizione naturale del creato. Le prove delle beatitudini corrispondono alle “opere ispirate a saggia mitezza” che, se sono opere di Dio, sempre incontrano persecuzioni; “erediteranno” poi indica il carattere specifico delle prove. Si eredita come i figli, e il Figlio di Dio è Gesù, dunque ereditare la terra significa “ottenerla come ha fatto Gesù”. Dunque “la buona condotta” indica la condotta che ebbe Gesù, e quindi le prove che lui ha patito nel raggiungimento della mitezza. Dunque coloro che coltivano la mitezza tramite le persecuzioni che ha subito Gesù, raggiungono una virtù pratica di gestire tutte le cose, passate presenti o future.  
Giacomo 3:14 Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non mentite contro la verità.
Gelosia ed ira, passioni contrarie alle beatitudini, mettono in pericolo anche il raggiungimento della verità. Infatti anche se l’oggetto di fede è ortodosso non si è totalmente nella verità perché ci si crede giusti quando non lo si è. Un errore sullo stato di grazia del soggetto fa uscire il soggetto stesso dalla verità.
Giacomo 3:15 Non è questa la sapienza che viene dall'alto: è terrena, carnale, diabolica;
La vanità è detta terrena perché si oppone alla fede, celeste; è detta carnale perché si oppone alla speranza, di beni eterni; è detta diabolica perché si oppone alla carità, di cui i demoni sono privi.  
Giacomo 3:16 poiché dove c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni.
Le cause della vanità sono la gelosia e l’ira. La prima perché denigrando l’avversario innalza se stessi. La seconda perché l’ira spinge allo scontro, questo al sopruso e quest’ultimo alla vanità della vittoria. Il disordine deriva in entrambi i casi dalla brama di possesso che chiude la strada alla carità, essendo questa dono gratuito secondo le parole “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”.  
Giacomo 3:17 La sapienza che viene dall'alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia.
La sapienza che viene da Dio (l’alto) è anzitutto pura perché nasce dalla fede e dalla sua purificazione. Poi è pacifica, mite, arrendevole, misericordiosa, che sono i buoni frutti di cui parla anche San Paolo ai Galati. Qui Paolo tratta gli stessi temi di Giacomo, ma svolgendo anche la parte relativa alla fede. Egli termina con l’elenco dei frutti dello spirito che sono “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. Si ritrovano pace, mitezza, arrendevolezza (benevolenza) misericordia (amore e bontà), pazienza (dominio di sé), senza ipocrisia (fedeltà). 
Giacomo 3:18 Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace.
È scritto: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Giacomo ci dice che a coloro che compiono opere di pace, in queste stesse opere riceveranno il dono della giustizia. La beatitudine specifica che in queste opere si manifesterà la somiglianza con Cristo, il Figlio di Dio. Somiglianza che riassume la giustizia secondo le parole “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio”. Tommaso afferma che, come i frutti sono la parte ultima e migliore della pianta, così i frutti spirituali sono la parte ultima dell’ascesi, i fini di cui l’uomo deve godere. Quindi i frutti si otterranno alla fine della fase della speranza, come premio per la semina –effettuata nella fede- e per la cura della pianta –nella speranza-.  
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martedì 17 aprile 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 2:24 Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede.
Giacomo 2:25 Così anche Raab, la meretrice, non venne forse giustificata in base alle opere per aver dato ospitalità agli esploratori e averli rimandati per altra via?
Giacomo 2:26 Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.
Raab crede che il Signore abbiamo compiuto miracoli in Egitto e opera di conseguenza: si schiera dalla parte degli Israeliti e salva la sua famiglia. Raab –il cristiano- crede nella parola attraverso la fede e al momento giusto, secondo la volontà del Signore, lo dimostra con l’azione; il risultato sarà la salvezza di altre anime, in particolare delle persone che gli stanno vicino, il suo prossimo. Il corpo senza lo spirito è morto perché lo spirito lo anima. Le opere sono la vita della fede, cioè la fede diventa reale attraverso le opere. Nella speranza dunque le azioni –causa delle opere- sono portatrici di vita sia per il soggetto che forma la sua vita secondo le virtù sia per i destinatari dell’azione che hanno salva la loro anima. Chi ha raggiunto la verità è puro ma se non coltiva la speranza rimarrà senza vita, e quindi sarà come un cadavere lavato. Coloro che muoiono purificati –perché pentiti dei loro peccati- ma senza opere devono rimediare in purgatorio, dove otterranno vita a caro prezzo. Per questo le devozioni delle anime del purgatorio si basano sul sangue di Cristo: perché esso è la vita delle anime.
Giacomo 3:1 Fratelli miei, non vi fate maestri in molti, sapendo che noi riceveremo un giudizio più severo,
Giacomo 3:2 poiché tutti quanti manchiamo in molte cose. Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo.
“Non vi fate maestri in molti” può significare due cose. Innanzitutto che i maestri debbano essere scelti tra persone degne, perché è un compito difficile, che riserba punizioni in caso di fallimento. In secondo luogo coloro che guidano altri lungo la via del vangelo devono usare prudenza e ricordarsi che il peccato è sempre in agguato.
E se qualcuno afferma che le parole del Vangelo “non chiamatevi tra voi maestri, solo uno è il vostro maestro” stiano ad indicare che non ci devono essere sacerdoti, questi nega il valore della Lettera, poiché qui è scritto “non vi fate maestri in molti, sapendo che noi riceveremo un giudizio più severo” il che indica che almeno Giacomo era un maestro e dunque non solo il Cristo può fregiarsi di questo titolo. Coloro che, per spirito o per ministero, hanno autorità, si ricordino di controllare la lingua, perché ogni parola insegna e l’insegnamento è l’azione propria dei maestri.

Giacomo 3:3 Quando mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo.
La lingua guida il corpo perché la parola è il risultato dell’interazione tra intelletto, volontà, passioni e carattere. Dunque chi riesce a controllarla ha già controllato tutti questi.
Giacomo 3:4 Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e vengano spinte da venti gagliardi, sono guidate da un piccolissimo timone dovunque vuole chi le manovra.
Giacomo 3:5 Così anche la lingua: è un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose. Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta può incendiare!
“Un po’ di lievito può far fermentare tutta la pasta”.
Giacomo 3:6 Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell'iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna.
Qui l’Apostolo passa dalla lingua intesa come organo al peccato che si compie con questo organo. La lingua è un fuoco significa che essa è una passione; iniqua cioè malvagia; che nasce nel rapporto tra corpo e intelletto; supporta tutti i vizi; si alimenta alla fonte dell’odio (Geenna) che si trova nel profondo del cuore dell’uomo. È un’arma che non risponde più all’intelletto ma mira solamente ad attaccare gli altri uomini e si rivela particolarmente nella speranza. Ciò perché dopo la purificazione la vita torna a scorrere nel credente ed insieme ad essa tutti i possibili peccati legati alla vita e all’azione. La lingua è la passione della comunicazione con gli altri, e quest’ultima è fondamentale nello stadio della speranza.

Giacomo 3:7 Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana,
Giacomo 3:8 ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale.
La lingua è più pericolosa dei demoni, rappresentati dalle bestie, genera ribellione e porta al peccato mortale.
Giacomo 3:9 Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio.
Giacomo 3:10 È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev'essere così, fratelli miei!
Giacomo 3:11 Forse la sorgente può far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara?
Giacomo 3:12 Può forse, miei fratelli, un fico produrre olive o una vite produrre fichi? Neppure una sorgente salata può produrre acqua dolce.
Ciò indica il misconoscimento dell’origine dell’effetto dalla causa. Questo peccato deriva dall’assenza del concetto nell’espressione linguistica. Esso deriva essenzialmente da una caduta nel materialismo, dal momento che la parola non obbedisce più all’intelletto ma tende a sostituire le proprie leggi intrinseche a quelle di quest’ultimo. Scompare l’aspetto spirituale della parola e quindi essa –materiale e sensibile- tende a rispondere solamente alle leggi della materia, impenetrabilità; e a quelle della vita sensibile, origine ed espansione. La parola non obbedisce alla logica e non esprime più niente, vuole solo difendere la sua origine –l’io- aumentando in quantità ed opacità. La sorgente della comunicazione non è più l’anima –attraverso il concetto- ma la carne –attraverso la lingua-.
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lunedì 9 aprile 2012

Mt 28,8-15: Pasqua ebraica

Dal Vangelo secondo Matteo


In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

L'ebraismo contemporaneo rigetta assolutamente il cristianesimo. Ferma da duemila anni sulle sue posizioni, la sinagoga reputa Gesù un impostore e uno stregone. La riprovazione del popolo d'Israele è predetta da Cristo nella parabola dei vignaioli omicidi. La vigna sarà tolta a voi e data ad altri. Tuttavia S. Paolo, nella polemica coi gentili, indica gli ebrei come il popolo scelto per primo da Dio e, seppur rigettato, ancora erede dell'Alleanza e di promesse.
Queste parole sono di scandalo ad alcuni poiché essi ritengono che agli ebrei, possedendo l'Antica Alleanza, non serva la Nuova. Gli ebrei avrebbero perciò una via di salvezza riservata che prescinde dal sacrificio di Cristo. E questo è eresia.
Le parole di Paolo si trovano nella Lettera ai Romani:
Essi sono Israeliti e possiedono l'adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.
e
Quanto al vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Innanzitutto bisogna dire che tutto ciò che è elencato nel primo passo, l'adozione, le alleanze ecc. è posseduto realmente dagli ebrei. L'Apostolo dice "possiedono" e non "possedevano" per indicare che gli ebrei godono ancora dell'Alleanza. Quindi l'Antica Alleanza è loro. Ma questa alleanza è stata infranta, quindi ciò che prometteva (il Messia) non può più essere ottenuto. L'infrazione è stata una colpa gravissima. Non solo, il permanere nell'infrazione è un peccato che si aggiunge al primo come il persistere si aggiunge al commettere. L'Alleanza stipulata da Dio è "irrevocabile", quindi deve essere ancora posseduta dagli ebrei, ed è per questa Alleanza che sono ancora amati, non in quanto ebrei né tanto meno in quanto giusti.
Per il fatto che gli ebrei hanno infranto l'Alleanza Dio ne ha stipulato una nuova con un altro popolo, i cristiani.
Ma questa non abroga la prima.
Siamo nel caso di una stipula di un contratto in cui una parte non onora il dovuto, la parte lesa è costretta a stipulare un nuovo contratto con un terzo, pena la non fruizione del servizio, quantunque il primo contratto non venga annullato, ma persiste, e può essere portato in giudizio in tribunale. La colpa dei giudei non è stata quella di aver stracciato l'Alleanza, ma di non averla onorata; non l'hanno distrutta, ma disattesa, quindi essa sussiste inalterata.
Paolo afferma:
Quanto a loro, se non persevereranno nell'infedeltà, saranno anch'essi innestati; Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo!
L'infedeltà indica il rifiuto di Cristo. Quindi fino a che non riconosceranno Cristo non saranno perdonati. Ma ciò è esattamente quello che dovevano fare quando Cristo è giunto in mezzo a loro, non altro. Quindi quello che dovevano fare è identico a quello che devono fare e questo coincide con la loro via di salvezza. L'Antica Alleanza non consiste nei riti, ma nella fede in Cristo, duemila anni fa come ora. Quando si dice che gli ebrei hanno la loro via di salvezza si intende che compiendo gli antichi riti gli ebrei avrebbero salva l'anima: questo parte dal presupposto che l'Antica Alleanza consista nel compiere riti, il che è una sciocchezza. L'Antica Alleanza consiste nella conversione del cuore per poter riconoscere il Messia al tempo opportuno.
Si può dire dunque che l'Antica Alleanza sussiste ancora, ma si aggiunga "solo per gli ebrei"; si dica pure che gli ebrei hanno una loro via di salvezza privilegiata, diversa dagli altri, ma si dica anche che questa via è la conversione a Cristo attraverso la Scritture antiche.
L'Antico Testamento è la via attraverso cui gli ebrei entrano nella Chiesa oggi come allora, è inutile tentare altre strade, valide solo per i gentili. L'Antica Alleanza è il motivo per cui gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura, perché non sono stati rigettati del tutto né sono stati mai maledetti da Dio, ma continuano ad essere amati in virtù dei Padri.
Il sepolcro è simbolo dell'Antica Alleanza da cui risorge il Cristo, dopo averla messa in pratica fino alla morte. Le donne, purificate dalla Legge e dai Salmi vissuti il Venerdì e il Sabato Santo, possono abbandonare le antiche pratiche, riconoscere il Cristo e correre ad annunciarlo ai loro correligionari. Le guardie della Legge, che hanno passato il loro tempo ad obbedire agli ordini dei farisei, quando Gesù risorge non possono fare altro che ritornare da loro per farsi comandare ancora. I farisei li corrompono con beni materiali e gli insegnano a mentire per farli ripiombare nella schiavitù di sempre. Gli ebrei sanno che i cristiani non hanno rubato loro il Messia ma lo dicono per obbedire ai loro capi, scambiati per la Legge, e per non essere imputati di alcuna trasgressione. Infatti i rabbini scrivono e scrivono leggi per giustificare qualunque colpa dei loro discepoli: è questo il loro potere, giustificare con la furbizia. Infatti con le parole Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi il Vangelo indica il Talmud, che è la raccolta completa di "questi racconti", di tutte le giustificazioni rabbiniche all'infrazione della Legge.
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venerdì 23 marzo 2012

Commento a Giacomo

Giacomo 2:14 Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?
Con le opere l’Apostolo intende il risultato di un’azione religiosa. Son le azioni che si praticano nella speranza, come accennato sopra, e quindi qui si tratta dei rapporti tra fede e speranza.
Giacomo 2:15 Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano
Giacomo 2:16 e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
Al povero non basta la consolazione spirituale ma serve il sostegno materiale, perché la sua indigenza è materiale e non spirituale. L’esempio illustra due errori. Il primo è il fraintendimento tra spirituale e materiale; il secondo è l’ipocrisia di chi utilizza lo spirituale per evitare lo sforzo materiale.
Giacomo 2:17 Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.
Il primo caso, applicato ai rapporti tra fede e speranza, denuncia l’errore di chi, ormai purificato nella fede, si ostina a compiere atti tipici della fase che ha già passato. La purificazione a oltranza, che scava nell’anima fino a ferirla, quando non c’è né più bisogno; la ricerca senza posa di significati occulti quando si è già raggiunta la verità; l’azione reale confusa con quella mentale sono alcuni degli errori che il fedele può compiere.
Il secondo caso smaschera le intenzioni di chi non ha voglia di faticare per il prossimo e quindi fa compiere il suo dovere alle chiacchiere.
Giacomo 2:18 Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.
L’Apostolo è ironico, “mostrare la fede senza le opere” è impossibile perché la fede non è nell’ordine del concreto. Qui egli si rifà al versetto “non tutti quelli che diranno “Signore Signore”, entreranno nel regno dei cieli”. Le opere poi si possono mostrare perché sono concrete e da esse si può evincere il fine per cui sono state fatte, appunto la fede.
Oltre a ciò si legge anche così.
Non è possibile mostrare “la fede senza le opere” perché la fede è di ordine spirituale, e quindi invisibile. Tuttavia non basta un culto solamente spirituale perché è necessario mostrare dei risultati concreti. Se è scritto “adorerete in spirito e verità”, indicando la necessità della fede spirituale, è anche scritto che alla fine dei tempi saremo giudicati sulle opere di misericordia, concrete, come dice Gesù nel Vangelo.

Giacomo 2:19 Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!
La fede porta alla verità e la verità porta alla purezza. I demoni hanno visto Dio e quindi posseggono la verità, tuttavia sono impuri. Questo perché non hanno la carità, l’amore di Dio: sanno chi è Dio eppure lo odiano. Per quanto riguarda la speranza i puri spiriti non la coltivano. La speranza termina ad una certezza relativa ad un concreto, qualcosa presente qui ed ora, che per il cristiano la Provvidenza, Dio considerato come agente nella storia. Ma questi spiriti sono immateriali e atemporali, non hanno storia, quindi il qui ed ora per loro non vale. Se bastasse la conoscenza della verità per la salvezza dell’anima anche i demoni sarebbero salvi.
Giacomo 2:20 Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore?
Giacomo 2:21 Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare?
Giacomo 2:22 Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta
Giacomo 2:23 e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio.
Abramo è il patriarca della fede, così come Isacco quello della speranza e Giacobbe quello della carità. Abramo dovette fare corrispondere alla sua fede un gesto concreto, come prova che la sua fede era vera. La prova a cui fu sottoposto Abramo certificò la sua fede. Così la fase della speranza certifica quella della fede. Accade che tutto quello che è stato accumulato nell’anima durante l’apprendimento della verità venga messo in pratica successivamente e quindi realizzato in concreto. Come il seme piantato bagnato genera una pianta, così la parola piantata nell’anima mediante l’acqua della purificazione –e specialmente della confessione- si anima e germina una nuova vita. Nella purificazione si toglie il peccato e si pianta la verità, la quale crescerà nelle opere e nella virtù. La fede cooperava con le opere nel senso che la fede era la causa di quelle opere, perché per fede Abramo andò sul monte.
La fede divenne perfetta perché la fede produce opere, le virtù ed infine la speranza; fede e speranza poi rendono perfetto il credente perché dopo essersi purificato egli ha acquisito forza nelle prove: intelletto e volontà, passione e azione, essere e fare sono pronti, l’uomo è completo. Abramo è amico di Dio perché l’amico non può essere soltanto chi non fa del male ma soprattutto chi fa del bene, l’amico è colui che ha sopportato insieme delle prove. La prova qui è la crocefissione di Gesù, che Abramo condivise in figura col Padre.

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domenica 4 marzo 2012

Mc 9,2-10: Questi è il Figlio mio, l’amato.

Dal Vangelo secondo Marco


In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Nella Somma teologica Tommaso dimostra la processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio.
Le persone divine si distinguono non per la loro essenza ma per le loro relazioni, queste devono essere relazioni contrapposte e quindi d’origine.
Nell’economia trinitaria le relazioni tra le persone divine sono relazioni d’origine: le relazioni che legano Padre e Figlio e Padre e Spirito Santo non sono opposte tra loro perché se no, non essendo compossibili, risulterebbe o che le relazioni non esisterebbero o che le relazioni sono due e i termini primi delle stesse sono distinti, cioè esisterebbero due Padri. Al contrario le relazioni tra Padre e Figlio e tra Padre e Spirito non sono opposte e quindi possono coesistere avendo un termine in comune, la persona del Padre. Tuttavia ciò non garantisce che le relazioni non possano coincidere, con l’identità di Figlio e Spirito. Tale garanzia si ottiene con una relazione opposta, quindi distinguente, quindi d’origine tra le due persone divine. Questa è la relazione d’origine tra Figlio e Spirito.
Per persona si intende un centro sostanziale di atti spirituali di natura individua. È il centro spirituale che unifica gli atti della sostanza secondo criteri razionali e volitivi. Come è possibile che questo avvenga nella Trinità? Come spiegare che esistono tre centri unificatori spirituali nella sostanza Dio? Si deve dimostrare che tutte e tre le Persone compiono questa unificazione e che le tre unificazioni sono possibili contemporaneamente, che non si contrastano tra loro e che sono necessarie. Inoltre lo schema delle processioni (il Padre da nessuno, il Figlio dal Padre, lo Spirito dal Padre e dal Figlio) deve rimanere costante.

Processione è un termine più universale di causa. Causa indica origine e produzione, processione solo origine. Dicendo che il Padre genera il Figlio noi diciamo che il Figlio procede dal Padre e che è da lui “prodotto”, nel senso di azione che conduce a qualcosa. Generazione è il termine che il Vangelo utilizza per dire origine e “creazione divina”, diversa dalla creazione degli enti finiti. La generazione può essere assimilata ad una causalità efficiente, così come la processione dello Spirito. Il Figlio invece causa lo Spirito di causalità strumentale, lo Spirito procede attraverso il Figlio.
La seconda persona della Trinità è il Figlio e il Verbo, le parole sono prese dalla famiglia e dal processo intellettivo. Lo Spirito è la Vita, l’Anima e il Dono. L’anima è il principio di vita, quindi anima e vita sono assimilabili, e anche dono, perché la vita è il primo dono di Dio. L’anima poi è forma e quindi lo Spirito sarà causa formale, infine sarà bellezza perché “forma et pulchrum convertuntur”.

Il Padre è causa efficiente, è causa del Figlio e dello Spirito. Il Figlio è causa finale dell’azione del Padre, il Padre genera in vista del Figlio. Lo Spirito non è causa finale perché il Padre non vuole un Figlio per amare, ma genera un Figlio e quindi (attraverso di Lui) ama. Lo Spirito è causa formale. Rispetto al Padre perché la vita del Padre è la sua forma, rispetto al Figlio perché lo Spirito è la formazione del Figlio.
 Se nella generazione del Figlio è il Padre la persona che unifica la sostanza divina perché permette l’esistenza del Figlio e dello Spirito, anche dal punto di vista del Figlio si ha un dominio della sostanza. Così come nell’educazione dei bambini il bambino è il centro dell’educazione perché è il soggetto che apprende e gli adulti sono al suo servizio, così allo stesso modo nell’educazione del Figlio Padre e Spirito sono al suo servizio. Quella che dal punto di vista del Padre è una generazione da quello del Figlio è un apprendimento, il Padre è attirato dal Figlio è per lui fa ogni cosa, il Figlio è il motore immobile che fa fare al Padre l’atto divino di riempirlo di ciò che gli è proprio, la propria natura. Al che il Figlio non si limita a ricevere dal proprio educatore ma apprende, cioè si forma e la formazione del Figlio è lo Spirito Santo. Ecco perché sia il Figlio sia lo Spirito sono detti Sapienza: il primo perché Verbo, il secondo perché Forma. 
Per questo è lo Spirito che procede dal Figlio e non il contrario: perché l'azione attraverso il fine produce delle forme, il fine attraverso l'azione penetra nelle cose e ne modifica la forma. Ma non accade che un soggetto  produca dei fini attraverso delle forme. Un uomo attraverso un martello dona una forma al ferro, non un fine (privo di forma). Se l'uomo dell'esempio produce per un fine, mettiamo per divertimento, questo divertimento non scaturirà dall'azione del martello, ma sarà previo all'azione. Le forme in sé non generano fini.
Ciò che il Padre dona al Figlio attraverso il Figlio diventa Spirito all'interno del Figlio, il quale è nel Padre. In tutto il processo domina il Figlio, che domina come persona la sostanza divina. Anche nella formazione del Verbo ritroviamo un dominio. Lo sanno coloro che dedicano tutta la propria vita ad una idea, la quale trascende il soggetto e lo supera in importanza e regola la vita di coloro che gli si dedicano. Qui il Verbo domina, lo scopo a cui il Padre dedica la sua Vita è il suo Verbo.
Lo Spirito è causa formale suprema. Nel Figlio come sua formazione, nel Padre come sua anima. La forma è l’anima e l’anima può essere intesa come principio esteriore (Agostino: l’anima rete che tiene assieme ) o interiore (Tommaso: forma come principio di intelligibilità). L’anima è principio di vita e la vita si esprime attraverso il possesso, guidato dalla volontà a livello spirituale o dalla brama ai livelli più bassi. Per questo Agostino dice che lo Spirito è Amore, perché la vita è possesso, il possesso spirituale è la carità e dunque lo Spirito, essendo vita e spirito, è carità.
E bisogna stare attenti a dire che lo Spirito non è la Carità perché questa è comune a tutte tre le persone e quindi appartiene all’essenza di Dio. Primo perché l’essenza è ciò che si esprime nella definizione e nella definizione si esprimono forma e materia. Ora la seconda non è presente in Dio mentre forma è lo Spirito Santo come abbiamo visto, e ciò si può argomentare.
Dio è perfezione ma nella perfezione è compresa l’alterità personale, l’altro. La generazione di un figlio, l’amicizia, il rapporto tra pari sono perfezioni che Dio deve avere ma che esigono un’alterità, alterità di natura divina. La Trinità è questo rapporto alla pari tra persone divine. Senza questo Dio non sarebbe perfetto. Lo Spirito è la forma che rende perfetto Dio perché gli fornisce quelle qualità di cui sarebbe carente. Quindi la forma che esprime l’essenza di Dio è lo Spirito perché somma di tutte le perfezioni. Ciò che definisce Dio è una persona divina.

Nel vangelo ci sono tre trinità. La prima Pietro, Giacomo e Giovanni. La seconda Mosé Gesù ed Elia e la terza il Padre il Figlio e la nube, lo Spirito  Santo.
La prima è quella dei discepoli nella fede, che imparano dal maestro Gesù.
La seconda è il Maestro Gesù con altri due maestri: Mosé maestro degli israeliti ed Elia maestro di Eliseo. Rappresentano la speranza. Gesù infatti sta già predicando e la predicazione attesta l'azione della fase della speranza.
Poi c'è la Trinità divina che rappresenta la carità.

Gesù porta i tre discepoli  da soli sul monte: i discepoli  rappresentano fede speranza e carità nella fede e la solitudine indica che sono escluse le virtù naturali: è un discorso prettamente religioso.
Lo splendore di Gesù indica il raggiungimento della perfetta purezza (bianchezza) e speranza (luce che si spande). Lo splendore dunque è una purezza attiva, che si muove verso i discepoli e unisce la purificazione della fede e l'azione della speranza. Mosé ed Elia non sono simboli ma persone vive che parlano con Gesù.
Pietro a questo punto propone la costruzione di tre capanne per i tre profeti. Pietro non sa quello che dice perché vorrebbe che la speranza obbedisse alle leggi della fede diventando statica quando al contrario la speranza è vita è movimento. Il motivo di coloro che ostacolano la predicazione e la vita nella religione è la paura. A questo punto una voce da cielo -il Padre- rivela l'identità di Gesù: lui è il Figlio. Gesù non è soltanto fede e speranza, ma anche carità, essendo l'amato. Questo è il senso della trasfigurazione: Gesù si rivela come Figlio e come carità.  E questa dimostra ulteriormente che Gesù è Dio: nessuno può essere nella fase della carità pur essendo ancora in quella della speranza, perché la prima si conquista dopo la seconda. A meno che non sia da sempre nella carità e quindi da sempre perfetto. 
I discepoli hanno il divieto di raccontare ciò che hanno visto perché solo la passione può spiegare il significato dell'amore di Dio, e la passione è giustificata dalla resurrezione. Era necessario che prima che si sapesse che Gesù è amore si mettesse anche la croce in questo amore. La croce è resa sensata dalla risurrezione e dunque solo dopo di questa i discepoli avrebbero potuto dire che Gesù è la carità.
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